Marzo 14, 2026
IL VIAGGIONEWS

DOVE VENIVANO CUCITI I PRIMI ABITI DI ARMANI? STORIA (anche un pò mia) DEL GFT DI TORINO

Ho letto le innumerevoli notizie uscite in queste ore dopo la scomparsa di Giorgio Armani, del quale ora conosciamo vita, ahimè morte e miracoli e mi piace, in ritardo come sempre, riprendere anche il mio umile ricordo vissuto in prima persona.

GLI ANNI 80: MODA, PROVE E BOZZETTI

Negli anni 80, feci l’indossatrice, a Torino, mia città natale dove studiavo e ovviamente poi a Milano.
L’unico ricordo personale vivido è quello delle prove tecniche dei primi campioni che i tanti stilisti dell’allora nascente “Made in Italy” si facevano realizzare perchè a quell’epoca praticamente nessuno di loro aveva una fabbrica in proprio.

IL CUORE PRODUTTIVO DELLA MODA: IL GFT DI TORINO

Il luogo che trasformava i bozzetti in abiti da sogno si trovava nella prima perifieria della capitale sabauda.
Facendo un giro oltre piazza della Repubblica, lungo il rettilineo di Corso Giulio Cesare, ancora oggi non sfugge l’imponente palazzo di mattoni all’incrocio di Corso Emilia. Svetta tra i negozi africani e i moderni edifici costruiti poco più in là.

E’ il punto di partenza obbligato per raccontare la storia della Gft, acronimo del Gruppo Finanziario Tessile, la più grande impresa italiana di confezionamento dei vestiti.

IL COLOSSO DIETRO IL MADE IN ITALY

La GFT fu un colosso che lanciò marchi mitici come: Facis, Marus, Cori, etc. ma soprattutto contribuì al successo delle griffe: Armani, Valentino e Ungaro fino al 2003, quando chiuse i battenti a causa della delocalizzazione.

Fu proprio con la Gft che nacque il “made in Italy”, possiamo rinominarla “la Fiat della moda”.
Le vecchie sartine diventarono tasselli fondamentali delle linee di produzione sorto il management della famiglia Rivetti che aprì anche lo stabilimento di Settimo Torinese dove lavoravano 2500 persone negli anni 60.

UN PO’ DELLA MIA STORIA

E il mio ricordo?

Passare le giornate a farsi appuntare spilli e muoversi come un manichino nelle stanze interne, per fare in modo che i responsabili potessere presentare dei primi campioni il più possibili aderenti all’idea embrionale del bozzetto dello stilista ma con una vestibilità e una mobilità interna adeguata. Non era certo divertente nè super gratificante ma anch’io, nel mio piccolo, ho contribuito al successo di un marchio tanto prestigioso che dovrebbe rendere orgoglioso ogni italiano.