In cima alla scalinata di Trinità dei Monti, il ristorante dell’Hotel Hassler cambia pelle: nuovi ambienti, una cucina a vista al centro della sala e il talento di Andrea Antonini, mentre la famiglia Wirth passa il testimone ai gemelli Roberto Jr. e Veruschka.
UNA DINASTIA DELL’OSPITALITÀ, DAL 1885 A OGGI
Era il 1885 quando Alberto Hassler arrivò in città per dirigere l’Hotel New York in via Bocca di Leone, traversa di via Condotti. Il nuovo Hotel Hassler, posto in cima alla celebre scalinata, fu inaugurato nel 1893 e legato, a partire dagli anni ’20, alla dinastia Bucher Wirth. Oscar Wirth ne assume la gestione e, al termine della seconda guerra mondiale, con grande lungimiranza ristruttura completamente l’albergo per proiettarlo al vertice dell’ospitalità della Capitale. Ma è indubbiamente con il figlio Roberto, laureato alla Cornell University e dotato di grande carisma e personalità, che l’Hassler diventa un’icona a livello mondiale.
È lo stesso Roberto Wirth ad avviare il progetto Imàgo, ovvero introdurre un fine dining e posizionarlo all’ultimo piano, per sfruttarne la magnifica vista sulla città. Il bravo Francesco Apreda lo porta al successo e alla stella Michelin. Una volta partito Apreda, alla ricerca di nuovi stimoli poco distante, in un altro celebre albergo romano, con indubbio coraggio la guida del ristorante viene affidata a un giovanissimo chef, allora appena trentenne: Andrea Antonini, romano, ma già carico di esperienza internazionale. Una scelta che non poteva essere migliore: Andrea è uno chef giovane, capace, di forte presenza fisica, solido ed empatico. In questi anni, poi, è cambiato tutto: alla scomparsa di Roberto E. Wirth, l’eredità è passata alla quinta generazione, i suoi figli gemelli Roberto Jr. e Veruschka (classe 1992), che assumono rispettivamente il ruolo di Presidente Esecutivo e Amministratore Delegato, con il compito di traghettare lo storico marchio nel futuro.
UN VENTO GIOVANE, UNA SALA E UNA CUCINA COMPLETAMENTE RIPENSATE
Un vento giovane è quindi ormai alla guida dell’Hotel, e i cambiamenti si vedono con chiarezza anche all’Imàgo. Da pochi mesi, di fatto, c’è un nuovo ristorante. Del vecchio è rimasta la posizione e l’incredibile vista su Roma, ma è cambiato tutto il resto: l’ingresso, che non conduce più direttamente in sala, i materiali e i colori dell’arredo, non più cupi ma solari, e soprattutto il centro della sala, oggi occupato da una grande cucina a vista dove Andrea, insieme ai suoi giovani collaboratori Andrea Carbonaro, Riccardo Romolo e Andrea Cobellis, opera con eleganza e precisione.

La sala, dal canto suo, è guidata con la professionalità di sempre da Alex Ciarla, Alessio Bricoli e Daniel Mastroiacovo, che non fanno rimpiangere Marco Amato, storica colonna portante del ristorante, oggi responsabile F&B di tutto l’Hotel.

Altra novità è lo Chef’s Banco, due posti in affaccio diretto sulla cucina, con vista ravvicinata sulle preparazioni e sull’assemblaggio finale dei piatti: un modo nuovo di vivere la sala, quasi un dialogo continuo con la brigata.
LA CUCINA DI ANDREA ANTONINI: TECNICA, STAGIONALITÀ E SAPORI NETTI
È proprio allo Chef’s Banco che si è svolta la nostra cena, con il lungo menù creativo, proposto a 230 euro bevande escluse. Una bella conferma della tecnica, ma anche del pensiero che sta alla base della cucina dell’Imago: prodotti stagionali, verdure acquistate al banco, ormai famoso, di Campo de’ Fiori, una cucina a tutto tondo in cui la parte vegetale resta sempre in primo piano, sapori netti, un’estetica curata senza mai diventare un’ossessione, e abbinamenti non scontati, capaci di tenere viva l’attenzione lungo un percorso comunque impegnativo.

Tra i tanti assaggi meritano una citazione i fagiolini alla brace con una squisita salsa di pomodoro, la curiosa zuppetta di tonno, riso e ciliegie, e i capperi con animella e sambuco. I primi si dividono tra il comfort della pasta burro, parmigiano, cedro e polline, quella con pomodoro, genziana e anice stellato, e le note dissacranti dello spaghetto con peperone, limone e senape.

Buono il collo di maiale, accompagnato da una salsa di anacardi forse un po’ abbondante. Buono, ma meno scenografico rispetto al resto del percorso, il flan di albicocche finale.










