Sulla collina che sovrasta il borgo, l’azienda vitivinicola più estesa delle Cinque Terre è oggi anche agriturismo e ristorante. Merito del panorama, del limoneto storico illuminato di notte e della cucina di Giovanni Plotegher, ancora a metà strada tra assecondare il turista e raccontare il territorio
VIGNA, OLIO, OSPITALITÀ: L’ANIMA DI BURANCO
Buranco è prima di tutto un luogo: la collina che sale da Monterosso verso il cimitero, uno dei punti panoramici più suggestivi delle Cinque Terre. Ma Buranco è anche il nome dell’azienda che su quella collina ha costruito la propria storia: la più grande realtà vitivinicola e agricola delle Cinque Terre, con otto ettari vitati che si arrampicano lungo l’erta scoscesa, in un paesaggio di viticoltura eroica che da solo vale la salita.

Negli anni l’azienda si è trasformata anche in agriturismo, con una ventina di posti letto distribuiti tra camere e appartamenti, e da qualche tempo ha aperto pure un ristorante non privo di ambizioni, guidato dallo chef patron Giovanni Plotegher, affiancato in sala dalla moglie Mariolina Grillo.


L’ambientazione è di quelle che restano impresse: di fronte le vigne eroiche che segnano il pendio, in basso lo storico limoneto, protetto dai venti grazie alle mura a secco che lo delimitano e, di notte, illuminato ad arte. Uno scenario che distende e rilassa fin dal primo sguardo, e al quale la cucina di Giovanni Prova, con alterne fortune, a fare eco.
UNA CUCINA ANCORA A METÀ DEL GUADO
Al momento la proposta gastronomica di Buranco attraversa una fase di transizione, divisa tra il tentativo di andare incontro ai gusti di una clientela eterogenea e la scelta, più coraggiosa, di puntare con maggiore personalità e identità sul territorio di appartenenza con un piglio maggiormente gastronomico.
Non manca certo la materia prima per farlo: oltre alla vigna, l’azienda produce olio e sta investendo molto su un orto proprio, da cui arrivano già alcuni ingredienti in tavola. Tra gli antipasti merita senz’altro la tartare di verdure cotte e crude, in parte autoprodotte, con maionese vegana ed erbe aromatiche: un piatto pulito, coerente e ben calibrato.

Meno convincente una variazione di acciughe, cruda, cotta, fritta e imbottita, un po’ confusa nell’impostazione, così come un’improbabile, vista la geografia, composizione di capesante bretoni.

Decisamente meglio i due primi: un risotto giustamente poco mantecato con gamberi, penalizzato solo da un uso un po’ eccessivo del limone, e gli spaghetti ai ricci di mare e aromi, tra i piatti più convincenti dell’intera prova.

Tra i secondi, l’ombrina in foglia di limone si difende meglio della guancia brasata fondente con polvere di caffè e crema di patate, dove l’ambizione della composizione non sempre si traduce in equilibrio in bocca.

SERVIZIO, VINI E LA COMODITÀ DI STARE LONTANI DALLA FOLLA
A giocare a favore di Buranco è anche il servizio offerto, sempre attivo pure a pranzo, quando la proposta si alleggerisce con verdure, taglieri di formaggi e salumi, focacce e torte rustiche: una formula comoda per chi cerca un pasto meno impegnativo senza rinunciare alla qualità. C’è poi un valore aggiunto non da poco: la possibilità di stare tranquilli, isolati dalla calca dell’overtourism che nei mesi caldi invade le Cinque Terre, pur potendo raggiungere in pochi minuti a piedi il centro del bel borgo marittimo di Monterosso.
Infine i vini, che meritano senz’altro un capitolo a parte: nati proprio da quelle vigne eroiche che si vedono dalla sala, vengono proposti in diverse declinazioni ed abbinamenti pensati per accompagnare l’intero percorso di cucina, e restano probabilmente il motivo più solido per scegliere Buranco non solo come base dove dormire, ma come tappa gastronomica vera e propria. Un indirizzo che merita una sosta, in attesa di vedere quale delle due anime della cucina, quella più conciliante verso il gusto medio del turista e quella più identitaria e legata al territorio, finirà per prevalere.
