Siamo sull’Isola Sacra, sulla darsena lungo la foce del Tevere. La posizione è perfetta, tra barche sospese pronte per essere revisionate dal cantiere adiacente, barche ormeggiate e qualcuna che sfila di fronte. La vista è allietata anche da un (purtroppo) esile venticello che tenta di rinfrescarci dalla cocente calura estiva.
La struttura è lineare e accogliente, si apre sul retro con una grande terrazza erbosa sul fiume, che ospita il frequentatissimo bistrot 4112.
La vera chicca è al piano di sopra con accesso indipendente sul lato destro. Accoglie con un salottino invitante e una grande sala di 8 tavoli spaziosi con vista dall’alto grazie alle ampie vetrate. La cucina è in fondo separata solo da una vetrata a tutta altezza e sembra quasi entrare nella barca sospesa del cantiere.
E’ il regno di Lele Usai, chef di lungo corso, un percorso serio, continuo, alla ricerca di un miglioramento costante nel tempo dovuto a riflessione, prove, aggiustamenti. Intorno ha una bella brigata giovane che appare coesa e convinta.

In particolare la sala si apprezza per il continuo coinvolgimento, dal cocktail iniziale a una serie di piccole ma fondamentali accortezze che ravvivano il servizio e sottolineano la specificità di alcune ricette.
La cucina di Lele è di quelle che trovano il consenso quasi universale: piace alla clientela comune (ed infatti il locale è sempre pieno), piace anche a quella più sofisticata in quanto l’impostazione classica è arricchita da spunti contemporanei, poi non manca l’attenzione ai contenuti di sostenibilità, e al pescato locale. Anche l’estetica colpisce, non tanto quella che deriva dalle ricette presentate, ma per l’utilizzo di una serie di ceramiche appropriate che le valorizzano.
I due menù di 8 assaggi proposti a 150 euro permettono i due percorsi: quello originale attuale e il classico compendio delle ricette di maggior successo presentate nel passato.
Dal primo dei due citiamo il fresco giardino di mare e macchia, dove il crudo di pesce si confonde con il pesto delle erbe ravvivato dal fior di origano finale con la sua piccante acidità. L’usuale battuto di gamberi rosso viene esaltato dalla chiusura al profumo di lauro.
Due paste ripiene: preferiamo il brodo di seppia con cappelletti (pochi) di topinambur e gocce di garum, ai bocconcini di murena burro e salvia.

Cappelletti al topinambur in brodo di seppia, limone salato e garum

Bottoncini di murena, burro e salvia
Poi un classico: il pesce fragolino alla Wellington in elegante e sottile crosta di sfoglia, per chiudere con la crema bruciata di formaggella fresca, erbe salsa balsamica forse il momento un po’ debole del percorso ma, si sa, la pasticceria è una scienza esatta che fa vita a sè… Nel complesso un’esperienza gradevolissima, non sembra di stare a Roma ma per un attimo, negli Hamptons.









