Il 21 luglio più di mille ospiti hanno festeggiato insieme ai Cerea sei decenni di storia: quaranta cucine a cielo aperto, grandi vini e il segreto che ha reso il ristorante un simbolo della cucina italiana nel mondo — restare, sempre, una famiglia.
UNA FESTA DIFFUSA PER RACCONTARE LA CUCINA ITALIANA
La Cantalupa per una sera è stata la migliore sintesi della cucina italiana. La tenuta di Brusaporto, tra prati, laghetti, colline ed edifici, ha accolto una quarantina di postazioni culinarie per oltre 1.000 ospiti. L’occasione era la celebrazione dei 60 anni di Da Vittorio — il brand più importante dell’alta cucina italiana, con un fatturato che supera i 100 milioni di euro — ma alla fine è stata una vera festa della cucina italiana, ben rappresentata da nord a sud.

Il tema era lo street food, e non mancavano le espressioni classiche del genere, dagli hamburger ai lobster roll, ma la sostanza andava ben oltre, in pieno stile Cerea: mai una cosa banale, solo grande qualità, spesso eccelsa anche nelle proposte più semplici. Gli spiedini di carne, ad esempio, erano affidati a Errico Recanati di Andreina, con la sua carne di pecora, e a Vittorio Camorri con il manzo di razza chianina. E si potrebbe continuare a lungo nel descrivere le tante tentazioni gastronomiche proposte lungo i vialetti del percorso, alternando chef stellati — da Oliver Piras, oggi a Il Carpaccio del Royal Monceau di Parigi, a Gian Marco Bianchi del Madrigale di Tivoli — ad artigiani del gusto meno noti ma altrettanto bravi.

Nel bere si è andati sul sicuro, privilegiando il gotha dell’enologia italiana: Frescobaldi (presente Lamberto), Antinori, Ferrari (presente Matteo Lunelli), Bellavista (presenti Vittorio e Carmen Moretti), Ruinart, oltre a una nutrita schiera di professionisti del bere miscelato. Accanto a loro, protagonisti dell’evento sono stati anche gli invitati: dal ministro Lollobrigida a Maddalena Fossati, instancabile sostenitrice del valore della cucina italiana nel mondo, dai giornalisti del Corriere della Sera (Angela Frenda) e di Repubblica (Eleonora Cozzella), fino agli innumerevoli chef presenti.
DA UN LOCALE DI PESCE A BERGAMO AD UN IMPERO DA 100 MILIONI DI EURO
Raccontato l’evento e ciò che oggi rappresentano i Cerea in questo settore, vale la pena ricordare la loro inimitabile storia. Tutto cominciò da Vittorio e Bruna, due piccoli bottegai — lui garzone di macelleria, lei del negozio di famiglia di frutta e verdura — che nel 1966 decisero di aprire il primo locale di pesce di Bergamo, facendo una doppia, incosciente scommessa: avviare un’attività in proprio e puntare tutto su un prodotto che né loro né i concittadini conoscevano davvero, il pesce. Avevano visto giusto: il successo arrivò in breve tempo e, dodici anni dopo, la prima stella Michelin.
Ricordiamo ancora bene il loro locale nel centro città, sullo stradone verso la stazione. Colpiva il voiturier in livrea che si prendeva cura delle auto, l’ingresso sgargiante che sembrava un Bengodi di leccornie, e l’attenzione — incredibile per quei tempi — riservata all’ospite. Si cucinava per lui senza sottolineare la capacità tecnica, ma la qualità della materia prima, e si faceva di tutto per metterlo a proprio agio: la seduta comoda, le luci giuste, il servizio puntuale.
Una loro abitudine mi colpì: la cena, tutti insieme, a fine servizio. Quasi tutti i titolari di ristoranti mangiano qualcosa prima, e raramente tutti insieme, soprattutto quando sono numerosi come la famiglia Cerea.
Risistemata la sala, non prima di mezzanotte, eccoli che si riunivano intorno ad una grande tavola. Non era una cena solo per nutrirsi, quanto per ringraziare la fortuna di aver avuto anche quel giorno la sala piena, l’importanza dei ruoli e delle singole responsabilità, la carica e lo stimolo che ad ognuno veniva indicato dall’alto, cioè da Vittorio e dalla Bruna, il valore del messaggio finale: solo se rimaniamo uniti, come siamo adesso attorno a questo tavolo, l’attività andrà avanti e saprà evolversi nel modo migliore.
Poi, nel 2005, la grande svolta: il trasferimento sulla collina della Cantalupa, a Brusaporto, dove sarebbe sorto un vero e proprio borgo — ristorante gourmet, cucine, pasticceria, catering, cantina, academy, il format DaV — un’intera collina che, in occasioni come quella appena descritta, si veste a festa per accogliere anche migliaia di persone. Non è stato un percorso facile: proprio nel corso di quel trasferimento viene a mancare Vittorio, nel momento forse più critico, considerato il peso degli impegni economici assunti. Ma la famiglia restò coesa e unita, determinata a portare avanti il progetto.
BRUNA E I QUATTRO FIGLI: LA FAMIGLIA COME MESTIERE E STILE
Bruna è il simbolo di questa unione. A lei fanno capo i quattro figli — Enrico (Chicco), Bobo, Francesco e Rossella — che nel tempo si sono divisi le varie responsabilità, coinvolgendo anche i rispettivi consorti e, più di recente, i figli della terza generazione: I tre di Chicco ( Beatrice, Maria Vittoria e Vittorio), quelle di Francesco (Benedetta e Maddalena), un altra coppia di Bobo (Giulia e Matilde), mentre Rossella ne ha avuti tre (Maria Rita, Rebecca e Pietro), tutti rigorosamente in forze in azienda e continuano a crescere, ma soprattutto a restare uniti: una storia esemplare e, di fatto, unica.
Se la prima caratteristica della cucina italiana è quella di essere familiare, i Cerea ne rappresentano l’evoluzione migliore possibile: da un piccolo locale di pesce a Bergamo a un gruppo che oggi conta oltre 1.200 collaboratori nel mondo, restando fedele — sessant’anni dopo — alla stessa, semplice idea con cui tutto è cominciato: far stare bene le persone.


