DOVE L’ACCOGLIENZA È DI CASA
Henri Prosperi è un personaggio d’altri tempi, per accoglienza e savoir-faire. Con orgoglio porta avanti il suo locale, ora completamente rinnovato, basandosi su un principio semplice e rigoroso: un grande ristorante è tale quando si usano grandi materie prime alle quali si abbinano grandi etichette.
Qui se non ci sono le ostriche ci saranno i crostacei, ma in genere troverete le une e gli altri. La carne è di norma il wagyu o fiorentine di lunga frollatura, ben visibili nel frigorifero dry aged. Il foie gras non manca mai, come il tartufo in stagione. La cantina, poi, è un’altra storia: una selezione dei migliori cru del mondo che rappresenta un investimento da capogiro .

IL PRIVILEGIO DI SEDERSI CON ANGELO GAJA
Ma stavolta Henri si è quasi superato. Perché oltre agli ingredienti e ai vini, ha pensato agli ospiti. E ha costruito un tavolo fuori dall’ordinario attorno a una presenza che, in Giappone o negli Stati Uniti, costerebbe carissimo e richiederebbe una lista d’attesa: Angelo Gaja.
Non stiamo parlando soltanto di un grande imprenditore del vino — definizione già di per sé riduttiva. Stiamo parlando dell’uomo a cui il vino italiano deve, in larga misura, la reputazione che ha nel mondo.

IL VINO TRA MODA E SOSTANZA
In un’epoca in cui il vino si vende spesso per moda: i vini naturali, i macerati, i dealcolati, gli orange wines , la voce di Gaja suona come un contrappeso necessario. Le mode, per loro natura, sono superficiali. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: il settore fa fatica, le cantine restano piene di bottiglie invendute, i numeri raccontano una crisi che nessun hashtag può risolvere.
Angelo Gaja riporta ai valori fondanti. Dietro un’etichetta che dura nel tempo, ci spiega, non c’è l’effimero ma la sostanza: chi ha saputo investire nel territorio, produrre nel modo migliore e questo è il punto spesso trascurato, saperlo raccontare. Imparare a fare, saper fare, far fare e comunicare quello che si sta facendo: era questo che insegnava la nonna Clotilde Rey al piccolo Angelo. Una lezione che è diventata un’impresa.

IL MENU, ATTO PER ATTO
Al tavolo, una compagnia d’eccezione: tra gli ospiti, Eleonora Cozzella, Guido Ricciarelli, Paolo Riccardi e Fausto Arrighi. Una brigata giovanissima, emozionata ma ben motivata, ha orchestrato la serata con precisione e dedizione.
Si è cominciato con il benvenuto: Champagne Gosset, importato proprio da Gaja, a segnare subito il tono della serata. Poi il carpaccio di gambero rosso, seguito dalle capesante con caviale e zafferano, in abbinamento all’Idda Bianco, il vino che Gaja produce con Graci sulle pendici dell’Etna vulcanico, letteralmente.
Con il risotto all’aragosta è arrivato il momento del grande classico: il leggendario Gaia & Rey 2011, lo Chardonnay piemontese che porta i nomi delle due nonne fondatrici. Quindi la svolta verso i rossi: il wagyu cotto nel Green Egg accompagnato dal potente Barolo Sperss 2013, e il filetto Chateaubriand in abbinamento al Darmagi 2010, il Cabernet Sauvignon che Gaja volle piantare in Piemonte sfidando la tradizione e il cui nome, in dialetto, significa proprio “che peccato”, commento del padre alla scelta del figlio. Finale dolce con un éclair alla namelaka al caramello e il sontuoso Château Rieussec 2004, Sauternes di rara eleganza.

IL VALORE AGGIUNTO: LA VOCE DI ANGELO
Una cena sensazionale, certo. Ma il vero protagonista della serata era il commento di Angelo Gaja: ricco di aneddoti, acuto, puntuale, capace di trasformare ogni piatto e ogni calice in una storia. Ascoltarlo parlare del vino è un’esperienza a sé, si ha la sensazione di toccare la storia con mano.
Al suo fianco, la dolce Lucia. Grazie Henri per questa bella serata, complimenti ai ragazzi che ti affiancano: si vedeva l’emozione nei loro occhi, ma si vedeva anche la passione.